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Tutto quello che ho scoperto nei miei primi giorni di fattura elettronica

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(Foto: Kansas City Star/Getty Images)

La storia che state per leggere va a finire bene. O meglio, ha una conclusione aperta che lascia intendere come tutto possa avviarsi – con un po’ di pazienza – verso la migliore delle soluzioni possibili. I ruoli dei personaggi ci sono tutti: il protagonista-eroe (il soggetto dotato di partita iva), l’aiutante (il commercialista, o qualche fonte affidabile online), l’oggetto-obiettivo (la fattura elettronica), il mandante (l’Agenzia delle entrate) e, ovviamente, l’antagonista, che di volta in volta può incarnarsi in una persona fisica, in una procedura, in un sistema informatico capriccioso o in un dubbio amletico.

La doverosa premessa è che chi sta scrivendo, come la maggior parte dei compatrioti a partita Iva, non può certo definirsi un esperto di fiscalità e contabilità, ma tenta di sopravvivere arrabattandosi tra le continue innovazioni del sistema tributario, cercando di massimizzare il risultato con il minimo sforzo, e soprattutto restando più alla larga possibile dai passi falsi e dalle irregolarità. Dunque non dovrebbe sorprendere più di tanto che alcuni aspetti persino banali e scontati per un professionista del settore non lo siano affatto per chi di mestiere – almeno in teoria – si occupa d’altro.

Che le cose fossero partite con il piede sbagliato lo si era capito già da quando il mandante e l’aiutante non erano riusciti a dare all’eroe una versione univoca su quale fosse l’obiettivo dell’avventura. Perché per chi si trova – tipo il sottoscritto – nel regime dei minimi, la fattura elettronica non è obbligatoria ma solo consigliata. Se ne può fare a meno ma in realtà non del tutto, perché si è costretti ad attrezzarsi per consultare le e-fatture altrui (dei soggetti con l’obbligo), è necessaria per lavorare con le pubbliche amministrazioni e poi è “comunque meglio” instradarsi subito lungo la retta via, anche perché “è il futuro” e “prima o poi magari sarà obbligatoria per tutti”. Anche il commercialista più anti-tecnologico del Belpaese, alla fine, diventa un predicatore estremista dei benefici del digitale.

Accantonata con un “E va bene, facciamolo come si deve” la disputa sull’obbligatorietà della fattura elettronica, in teoria sul web tutto dovrebbe essere abbastanza semplice. In fondo, che sarà mai una piattaforma digitale con un po’ di codici e campi da compilare? Beh, intanto su quella piattaforma – che poi diventano due, se si ha anche un gestionale a parte – bisogna riuscire a entrare: password, nome utente, codice d’accesso, identità digitale, pec, pin, puk, credenziali d’agenzia, verifica di sicurezza da smartphone, password da mobile, codice qr dello Spid, codice destinatario, codice qr della partita iva… Insomma, per i neofiti fare confusione non è così improbabile.

A complicare le cose ci sono poi alcune piccole difficoltà opzionali. Primo: non sempre i sistemi di accesso funzionano alla perfezione. Anche se un capannello di colleghi e conoscenti non può certo definirsi un campione statisticamente rilevante, sta di fatto che a volte capita che il sistema di autenticazione si “distragga” per un momento, impedendo temporaneamente l’accesso (o eseguendo inaspettatamente il log out) e creando dubbi esistenziali in chi era convinto di aver inserito la password giusta nel posto giusto.

Secondo: in funzione del canale di accesso possono essere usati nomi leggermente diversi per indicare una stessa password, così come nomi identici possono essere riferiti a password diverse, in particolare se si accede (per uno stesso account) da dispostivi differenti. E un sacco di cose si chiamano Id. Terzo: può capitare di credere di essere nella giusta schermata di autenticazione, mentre – se non si controlla bene la url – si potrebbe essere in una schermata simile, ma sbagliata. Dove, ovviamente, le credenziali non funzionano.

Vuoi per inesperienza, vuoi per il tentativo di farcela in fretta, capita di perdere la bussola e finire per fare un’insalata di password. Un esempio emblematico dello stato di confusione mentale, nel punto più drammatico dell’intera avventura, è sperare di poter inquadrare il codice qr sullo schermo del computer usando la webcam del computer stesso, magari con l’aiuto di uno specchio. Ecco, se arrivate a questo punto meglio staccare un attimo e fare due passi, poi ripartire da capo. Se poi una password che prima garantiva l’accesso ora non funziona più, può anche significare semplicemente che il sistema di autenticazione vi abbia seguito a fare i due passi, e che abbia messo fuori il cartello Torno subito.

Dopo più di qualche peripezia, in un modo o nell’altro, si entra. Tutte le password e i codici sono annotati con precisione (ognuno con il proprio _nome_codice_) e l’accesso diventa via via più rapido. Dentro la piattaforma tutto è relativamente semplice, e dopo aver capito la logica con cui è stata progettata, ogni cosa dovrebbe filare liscia.

Siamo al lieto fine, dunque? Manco per sogno. Perché anche se noi siamo in grado di realizzare perfette fatture elettroniche, non è detto che gli altri siano in grado di inviarcele correttamente. Avete presente quel meme in cui si scherza sulla fattura elettronica mostrando un foglio di carta con due morsetti elettrici e una batteria? Ecco, non è così distante dalla realtà. Perché non basta che una fattura sia un file perché si possa definire elettronica. Un pdf non è una fattura elettronica, né lo è la foto o la scansione di una fattura cartacea, né lo è un documento di testo. All’inizio è naturale che ci sia un po’ di confusione, ma in generale è meglio tenersi pronti a dire, gentilmente: “No, davvero, quella cosa che mi sta appioppando non è valida come fattura elettronica”.

A creare quel pizzico di suspense in più sono poi i tempi tecnici di ricezione dei documenti caricati: fino a 5 giorni secondo l’Agenzia delle entrate, il che significa essere proiettati in una sorta di limbo in cui non si sa – ma si vorrebbe tanto sapere – se quella fattura elettronica che stiamo aspettando arriverà, e se sarà fatta bene. Qualcuno un po’ più pragmatico manda in visione un’anteprima per email, così almeno si può dare un’occhiata e verificare che tutto sia giusto, senza attendere svariati giorni prima di accorgersi dell’errore.

E poi succede davvero. Ogni eroe lo ricorda bene: potrebbero essere le 17:42 di un martedì qualsiasi, e dopo giorni di brancolamento nel buio totale si intravede nella inbox una prima, vera, fattura elettronica. Magari non è nella piattaforma in cui ci si aspettava di riceverla, potrebbe avere qualche dettaglio un po’ incompleto, ma è indiscutibilmente elettronica. E tremendamente bella. Quello è il momento della liberazione, in cui ci si rende conto che il sistema funziona, che puoi farcela anche un eroe un po’ sgangherato, e ci si gode qualche istante di immensa gioia.

Grande felicità dunque, almeno finché l’automobile non rimane a secco. Mandata in pensione la carta carburante (con il cuore spezzato), si pensa a come formalizzare quella rabboccatina di carburante nella propria quattro ruote sotto forma di qualcosa di elettronico. Qui il principio base è l’economicità. Prezzo della benzina, costo delle commissioni, tempo necessario per creare il documento, distanza tra la pompa e dove ci si trova.

Nel computo conviene mettere tutto quanto, e le possibilità sono infinite: l’app high tech di una singola compagnia che permette di fare tutto da smartphone tranne inserire la pistola nel serbatoio, la carta prepagata (più onerosa) utilizzabile grossomodo ovunque, la ricevuta cartacea da auto-convertire successivamente in fattura elettronica, la rinuncia a scaricare dal bilancio aziendale il costo del carburante, perché è più la fatica che la detrazione fiscale. Nel mentre si cerca online la mappa dei distributori lungo i tragitti abituali, si fa un’analisi costi-benefici di ciascun metodo, e si lascia che la notte porti consiglio.

A conti fatti emerge che la strategia migliore è, probabilmente, diversificare. L’app dedicata per rifornirsi dalla compagnia petrolifera preferita, la modalità fai-da-te per risparmiare quando si può, la carta prepagata per le emergenze. E allora via di codici, password, pec, identificativi, login, carte socio, e via dicendo. In alcune casi nella procedure ricompaiono pure i codici qr, per non farsi mancare proprio nulla. Fatto il test sperimentale di tutti i metodi possibili – con 10 euro di carburante ciascuno, tanto per farsi guardar male dagli altri avventori – tutto è pronto perché si parta per davvero, almeno fino al prossimo intoppo elettronico.

Chi la spunterà, alla fine? L’eroe, ovviamente. Poco importa se arrivano telefonate di protesta a seguito di lamentele gentilmente esposte via email perché “è impossibile” che si siano ricevute le fatture intestate a qualcun altro (invece è proprio così, ripetutamente sulla Pec). Al commerciante che, alla tua richiesta di ricevere fattura, allarga le mani in segno di resa e tenta di essere assecondante con un “intanto dammi i dati, che li scrivo su un foglietto”, si risponde con un sorriso comprensivo. E nel collega che giura che non emetterà fatture almeno fino a fine marzo, per “vedere prima come vanno le cose degli altri”, si riconosce la saggezza del professionista navigato.

Il prossimo passo? Volantinaggio del qr code-partita Iva, a cui si fa presto ad affezionarsi. Si potrebbe anche valutare di tatuarselo sul polso, per agevolare le operazioni e non dipendere dallo smartphone.

All’epilogo della storia, a parte le caselle email tutte intasate di notifiche d’accesso ai vari account, l’eroe ha capito che la via è quella virtuosa. Che non c’è innovazione senza un po’ di fatica e sforzo. Che qualche imprecazione e un po’ di camicie sudate sono il giusto prezzo da pagare per un sistema che – prima o poi – faciliterà la vita a tutti. Malfunzionamenti e incomprensioni a parte, tutto sommato è una bella avventura. E se avete bisogno di chiarimenti tecnici, si raccomanda di non chiedere al sottoscritto.

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