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True Detective 3 ritrova il pathos ma non il passo delle origini

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Una serie antologica come True Detective ha avuto un percorso piuttosto peculiare: il suo lancio nel 2014, con una prima stagione che ruotava attorno ai personaggi pensosi e travagliati interpretati da Matthew McConaughey e Woody Harrelson, aveva conquistato tutti; in maniera altrettanto formidabile aveva toppato con la seconda, nonostante un cast altrettanto di livello (Vince Vaughn, Rachel McAdams, Colin Farrell) ma a causa di esacerbati stereotipi noir. Assistere ora alla terza stagione, che ha fatto il suo debutto nella notte del 13 gennaio in contemporanea su Hbo e Sky Atlantic (e che il canale italiano ripropone il 14 gennaio in versione sottotitolata e la settimana dopo doppiata), è un’esperienza di visione che non può che essere influenzata da questa vicenda.

La prima impressione, infatti, è un sospiro di sollievo, perché sostanzialmente lo sceneggiatore Nic Pizzolatto torna alle caratteristiche originali che avevano fatto grande il suo primo ciclo di episodi: si torna in un’America rurale, sempre sull’orlo del disagio; il crimine torna a parlare di un’umanità innocente e torbida al contempo, annidata in rispettabilità e ordinarietà apparenti; la costruzione narrativa si piega nuovamente a un gioco di rimandi temporali. Protagonista è Wayne Hays, interpretato dal premio Oscar Mahershala Ali, un detective dell’Arkansas che il 7 novembre 1980 (“il giorno in cui morì Steve McQueen“), intraprende le indagini su due fratelli misteriosamente scomparsi. Il caso viene risolto con fatica ma solo in apparenza, perché dovrà essere riaperto nel 1990 e poi nuovi risvolti emergono nel 2015, quando il poliziotto è ormai settantenne.

Ali, con un’interpretazione multiforme ma sempre ricca di pathos, porta sulle spalle questo intreccio di dimensioni temporali che sono intelligibili allo spettatore soprattutto per l’invecchiamento fisico dell’attore. In più, questa oscillazione attraverso tre epoche introduce due temi fondamentali nello sviluppo di questa stagione: il tempo e la memoria. Nei casi di scomparsa lottare contro il tempo che passa è fondamentale, eppure Hays non riesce a chiudere il caso in modo tempestivo né soddisfacente; quando verrà riaperto un decennio dopo, la sua vita sarà segnata da questa e altre sconfitte e ancora più tardi, ormai anziano, dovrà fare i conti anche con una demenza incipiente che lo porterà a dubitare dei suoi ricordi ma anche dei suoi affetti più cari.

True Detective - Terza stagione

A invecchiare accanto a lui ci sono anche il suo partner Roland West (Stephen Dorff), che ricopre il ruolo ora scanzonato ora violento, sicuramente profondamente bianco, che era stato di Harrelson: la dinamica fra i due, che oscilla fra un’edificante complicità a un quasi incomprensibile allontanamento, è minata dalla scrittura del personaggio di West che è in definitiva piuttosto piatta. Quasi lo stesso si può dire per Amelia Reardon, insegnante di uno dei due bambini e poi moglie di Hays: nonostante l’attrice Carmen Ejogo ci regali una parte sensuale e determinata, la sua funzione (di donna quasi accessoria che invece si ritaglia il suo ruolo diventando scrittrice e rivendicando un suo ruolo centrale) è nella maggior parte degli episodi un’occasione mancata.

Protagonisti a parte, quello che funziona invece in questa stagione di True Detective è l’ambientazione socio-culturale: siamo sull’altopiano di Ozarks, in pieno Arkansas, e partiamo in un’epoca, i primissimi anni Ottanta, in cui essere un detective nero non era una situazione facile. Il ritorno ossessivo di una parola come nigro e l’ostilità neanche tanto celata di certi testimoni nei confronti di Hays (si veda l’innocua vecchietta che confeziona le bambole che diventano un indizio centrale), ma anche la violenta reazione della comunità afroamericana alle indagini, dà l’idea di un clima teso e prego di significati e di riverberi anche contemporanei. Una delle figure più interessanti è poi Brett Woodard (Michael Greyeyes), veterano nativo americano che è la quintessenza dell’emarginazione e della solitudine nate dal pregiudizio.

Mahershala Ali e Carmen Ejogo nella terza stagione di True Detective

Anche Hays è un veterano della guerra del Vietnam (“Sei mai stato in un posto in cui non potevi stare e da cui non potevi allo stesso tempo andartene?“) e la sua statura tragica e sconsolata è anche conseguenza di un paradosso: lì, infatti, era un tracker, fra coloro cioè incaricati di scovare e inseguire le tracce del nemico, ma oggi nel suo lavoro di detective non riesce a trovare più nessuno. Questi episodi sono anche una struggente riflessione sul senso di fallimento: i genitori dei bambini scomparsi hanno fatto fallire il loro matrimonio e il loro ruolo parentale, Hays al contempo non riesce a chiudere un capitolo così importante perché è la sua stessa mente a lasciarlo a piedi.

Al di là delle suggestioni tematiche, e appunto di un salutare ritorno agli stilemi che hanno fatto grande una serie come questa, ci ritroviamo di fronte, almeno nei primi cinque episodi, a una storia che fatica a trovare un ritmo avvincente (provate a contare i dialoghi in auto fra i due detective). Ci si aggrappa alle piccole rivelazioni graduali, forse a un eclatante colpo di scena, e per il resto ci si affida ai viaggi nel tempo e alla solidissima interpretazione di Mahershala Ali. Il fatto è anche che, dal 2014, è passato (appunto) molto tempo e gli elementi fondanti di True Detective sono stati esplorati e sfruttati da molti altri titoli. Viene in mente sicuramente la recente Sharp Objects, che anch’essa indaga la scomparsa di giovanissimi in un’America arrugginita e razzista, ma in modo più cerebrale e scattante. Rimane la grandissima soddisfazione di aver ritrovato l’anima più profonda di una serie che abbiamo tanto amato, anche se la memoria non può cancellare gli inevitabili segni del tempo.

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