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Scuola De Scalzi-Polacco di Genova, la paura dei genitori diventa anticamera del razzismo


Questa storia parte con una lettera: la scrive il papà di un bambino iscritto alla scuola Primaria De Scalzi-Polacco, è indirizzata all’assessore alle politiche educative e dell’Istruzione del Comune di Genova, e chiede chiarimenti circa “la presenza di persone, ‘senza dubbio extracomunitarie’, che seguirebbero lezioni contemporaneamente ai bambini e che utilizzerebbero lo stesso accesso utilizzato dai bambini“.
Sarebbe stato lecito aspettarsi che l’Assessorato rimbalzasse al mittente una richiesta impropria, suggerendo al papà di rivolgersi alla scuola per un chiarimento, invece telefona alla dirigente e si fa portavoce dell’istanza.
La scuola non ha difficoltà a rispondere che – come altri centinaia di plessi in Italia – ospita da anni un corso di italiano per stranieri, ma il collegio docenti decide di rendere pubblica la vicenda scrivendo una bellissima lettera aperta.

La De Scalzi è una scuola con una storia drammatica: “… dopo le indegne Leggi Razziali del 1938 – scrivono gli insegnanti – l’istituto è stato per qualche anno sede delle classi separate e diverse dei bambini ebrei genovesi: il nostro archivio conserva ancora i registri di quelle classi con l’infamante timbro che indicava la ‘Razza ebraica’ o i fascicoli personali dei docenti che furono licenziati perché ebrei“.
Polacco, era il cognome dei fratelli Roberto e Carlo, figli del custode della comunità ebraica genovese, alunni della scuola, che furono deportati con i genitori nel 1943, e morirono ad Auschwitz. La doppia denominazione della scuola rappresenta questa storia, e impegna da anni i docenti a fare memoria di quello che è stato.

La richiesta del genitore e il gesto dell’assessorato che ritiene di doversi muovere istituzionalmente per richiedere fantomatiche spiegazioni hanno quindi fatto emergere brutti ricordi: “La nostra storia ha conosciuto le leggi razziali ma ora si applica la Costituzione”, concludono i docenti. Una piccola storia emblematica di sdoganato razzismo che però, se letta bene, travalica i confini della voglia di segregazione, e rappresenta alla perfezione una società spaventata e paranoica, in particolare nei confronti dei propri figli.

Quando la vicenda è approdata sui social, infatti, ha subìto un’ulteriore variazione, diventando il megafono delle paure dei genitori.
Chi, tra le centinaia di commenti alla notizia, ha cercato affannosamente di smentire che si trattasse di razzismo, ha infatti rilanciato sui social il fatto che la preoccupazione di quel papà non fosse legata alla presenza di stranieri, ma genericamente di adulti che – dicono i lettori – non dovrebbero essere ammessi a scuola nelle stesse ore dei bambini.
Questo genere di commento ha ricevuto decine di like. Ovviamente il fatto che non si sia trattato di razzismo è automaticamente smentito da quel “senza dubbio extracomunitarie”, ma se vogliamo iniziare a capire il peso della paura diffusa in questo paese, dobbiamo provare ad andare anche oltre, e analizzare questa richiesta diffusa di una scuola “senza adulti”.

“La scuola è aperta a tutti”, dice la Costituzione.
E la parola “aperta” è forse il suono più dolce di questo articolo della nostra Carta, e ricorda che la scuola è il principale contatto tra i bambini e il mondo esterno alla famiglia.
È in classe che gli studenti imparano ad osservare e a leggere il mondo, a vivere le differenze, a relazionarsi con gli altri ed è importante, per i bambini, avere a che fare, anche solo saltuariamente, con adulti che non siano mamma, papà o la maestra, perché da grandi dovranno essere capaci di relazionarsi con migliaia di persone diverse e, a loro volta, diventare cittadini.
Immaginare un mondo senza stranieri è misero, oltre che impossibile.
Ma anche richiedere una scuola che impedisca genericamente la convivenza tra bambini e adulti, tranne quelli dotati di Laurea in Formazione Primaria, significa immaginare per i nostri figli un mondo vuoto e desolante.

Una scuola rinchiusa in sé stessa, all’interno della quale ogni possibilità di accesso al mondo venga impedito dalla paranoia securitaria, è una scuola che non può svolgere il suo compito di formazione.
La sacrosanta richiesta di benessere non può quindi diventare l’irrazionale imposizione di una scuola-ghetto, che rinchiuda i suoi bambini e i suoi ragazzi fino al raggiungimento dei diciotto anni. Diventare genitori, significa, anche, imparare ad affrontare le paure profonde che si impossessano di noi quando nasce un figlio: ogni papà e ogni mamma convivono con le proprie ansie, ma è basilare, per la crescita dei bambini, che queste non si trasformino in paranoia diffusa e ingiustificata, sfociando anche in richieste assurde e controproducenti nei confronti della scuola, quando non in razzismo e discriminazione.

Fare il genitore è un compito durissimo.
Ma mettere al mondo un bambino ci impone, tra le altre cose, di avere abbastanza coraggio da non lasciare che le nostre paure irrazionali contamino quotidianamente la poesia dei suoi giorni d’infanzia.

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