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Sandra Savaglio, astrofisica: “Basta stereotipi, incoraggiamo la diversità”

(foto: Clara Giaminardi, assistente Fabio Tommasi. Abito di lana e fibre sintetiche: ​Sara Battaglia. Contenitore di ottone: ​Diesel living with Seletti. Sandra indossa i suoi gioielli personali di ​Gerardo Sacco. Carta da parati: ​Elitis)

Il suo mestiere è provare a ricostruire, tassello dopo tassello, l’intero puzzle della storia dell’universo. La sua cassetta degli attrezzi sono i più potenti telescopi del mondo, capaci con i loro occhi e le loro antenne di captare ogni minima perturbazione tra le stelle, le nebulose e intere galassie. Più sono lontane, più sono remoti gli istanti di vita del cosmo che raccontano.

Sandra Savaglio, astronoma e astrofisica di fama internazionale che potrete incontrare al Wired Next Fest il 24 maggio 2019 a Milano, ripercorre assieme a noi le sfide e quella passione per la ricerca che l’hanno portata a lavorare alla Johns Hopkins University di Baltimora e allo Space Telescope Science Institute prima, all’Istituto Max Planck per la fisica extraterrestre poi, fino a tornare in questi ultimi anni laddove tutto era iniziato: l’Università della Calabria.

Che cosa osserva in particolare per ricostruire la storia dell’universo?

“Ho iniziato studiando il gas che occupa lo spazio tra le galassie: un gas molto tenue, ma allo stesso tempo molto carico di informazioni sull’evoluzione del cosmo. Ho poi lavorato sul gas che si trova all’interno delle galassie, tra una stella e l’altra, guardando verso galassie sempre più lontane. Nell’osservazione astronomica funziona che più lontano ti sposti con lo sguardo, più viaggi all’indietro nel tempo, cioè ottieni informazioni che appartengono all’universo giovane, primordiale. Poter guardare nel cuore delle galassie più distanti da noi è come spremere il passato e avvicinarci alla risposta su cosa abbia dato origine a tutto ciò che oggi abbiamo intorno. L’obiettivo finale è raggiungere i primi istanti dopo il Big Bang, quando è nato l’universo. Ma questo è davvero difficile”.

Quale considera il suo risultato più importante?

“Non posso essere io a dire quale sia il più importante, ma un risultato che mi ha dato più soddisfazione di altri c’è. Riguarda i miei studi di qualche anno fa sull’arricchimento chimico delle galassie, in termini molto semplici il nesso tra la quantità di elementi chimici che contengono e la massa contenuta in stelle. Subito dopo il Big Bang l’universo era composto esclusivamente da idrogeno, elio e soltanto piccolissime tracce di altri elementi. I pianeti e tutto il resto degli oggetti che osserviamo oggi, con la loro grande varietà di elementi, si sono formati solo col trascorrere del tempo, e grazie alla fucina delle stelle. Attraverso i telescopi abbiamo imparato che la quantità di un elemento presente in una galassia, per esempio il ferro, ci racconta quanto hanno lavorato le sue stelle, e quale tra le galassie è più evoluta. È come guardarle in faccia e comprenderne il vissuto contando loro le rughe”.

(foto: Clara Giaminardi, assistente Fabio Tommasi. Camicia e gonna di cotone e seta: ​Marni. Borsa di pelle: ​Paula Cademartori. Lampada a sospensione: “Ellisse Pendant Double”, ​Nemo Lighting. Sandra indossa i suoi gioielli personali di ​Gerardo Sacco. Carta da parati: ​Elitis)

Qual è il suo sogno scientifico, la scoperta che vorrebbe fare o che spera l’umanità faccia al più presto?

“Sognando molto in grande, vorrei sapere se ci sono davvero altri pianeti abitati oltre al nostro, che scoprissimo nuove forme di vita, e magari riuscire a comprendere da dove la vita ha origine. Un sogno che invece sto realizzando è lavorare a un progetto sulle onde gravitazionali, grazie all’ausilio di un telescopio, qui nella mia regione, tra le montagne della Sila. Sono fiduciosa perché a dire il vero abbiamo iniziato a collezionare dati interessanti già dal primissimo esperimento, una notte di inizio aprile, mentre andavamo a caccia di un processo di fusione di due buchi neri a circa cinque miliardi di anni luce di distanza da noi. Mi piacerebbe portare avanti anche questo filone, che è interessantissimo”.

Che cosa l’ha portata a diventare una donna di scienza?

“Sono sempre stata molto curiosa, sin da bambina. Mio padre mi ha trasmesso da subito il suo amore per la matematica. Poi ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti bravi. Pensa che sento ancora un mio professore delle superiori: ha più di 80 anni, ma una mente lucidissima, tanto che quando ha letto il mio libro, Tutto l’universo per chi ha poco spazio-tempo, ha trovato delle osservazioni molto pertinenti da fare, è straordinario. Si chiama Ottavio Serra”.

Chi è stata la sua fonte d’ispirazione?

“C’è anche un’altra persona con la quale, se vogliamo, si è davvero chiuso un cerchio. Quando nel 1990 iniziavo a lavorare alla mia tesi di laurea mi consigliò di fare un’esperienza all’estero: «Se impari qualcosa che qui non facciamo, un giorno magari potrai tornare», ricordo ancora le sue parole. Questa persona è Pierluigi Veltri, uno dei fondatori del dipartimento di fisica dell’università dove studiavo e per la quale oggi lavoro. Sono tornata dopo 24 anni all’Università della Calabria, lui sta per andare in pensione (sfortunatamente per noi, ma più che meritatamente per lui), ma io ce l’ho fatta a tornare”.

(foto: Clara Giaminardi, assistente Fabio Tommasi. Abito di cotone: ​Vivetta. Sandra indossa i suoi gioielli personali di ​Gerardo Sacco. Carta da parati: ​Elitis)

Se le dico 19 gennaio 2004, che cosa le viene in mente?

“È il giorno in cui uscì il Time con la mia faccia in copertina. Il titolo era «How Europe lost its science stars» e si parlava di fuga dei cervelli. Io ero reduce da un’esperienza negativa come ricercatore a Roma, dove subivo l’ira funesta di chi non aveva ottenuto il lavoro al posto mio. Una brutta storia. Rilasciare quell’intervista fu il mio modo per offrire uno spaccato di quella che era la realtà di tanti che volevano fare ricerca in Italia, col bisogno di fuggire da certe situazioni e riprovarci dove c’erano opportunità, come negli Stati Uniti”.

Che cosa significa per lei fare ricerca?

“Fare ricerca per me è entrare in una stanza buia, senza sapere che cosa c’è dentro, e cercare di capirlo. Spesso anche senza gli strumenti, cioè senza alcun interruttore per accendere la luce, con il rischio di sbattere la testa contro il muro o di cadere a volte nel vuoto e continuare a non sapere. Ma con dentro la voglia di riuscire a scoprire”.

E com’è essere donna in quella stanza?

“La stanza, se sei una donna, è più buia, l’interruttore è ancora più difficile da raggiungere o messo apposta più in alto. I dati sulle differenze di genere nella ricerca scientifica parlano chiaro, anche se rispetto al passato ci sono stati dei grandi progressi. Ma non bisogna fermarsi ora. Solo poche settimane fa ho ricevuto l’invito ad assistere, tra il pubblico, a un workshop per la celebrazione di un famoso cosmologo italiano. Su trenta speaker, indovini quante donne c’erano? Neanche una. È stato così strano. Ma di episodi di discriminazione, anche peggiori, ne potrei raccontare moltissimi. Io sono stata fortunata a poter raccogliere i frutti del mio lavoro, ma è stata dura e non ho dubbi che se fossi stata un uomo sarebbe stato più facile”.

(foto: Clara Giaminardi, assistente Fabio Tommasi. Maglia a quadretti di cotone​: ​Plan C. Contenitore di ottone: ​Diesel living with Seletti. Sandra indossa i suoi gioielli personali di ​Gerardo Sacco. Carta da parati: ​Elitis)

Che cosa possiamo fare per le donne nelle Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics)?

“Dobbiamo prima di tutto metterci in testa che queste forme di discriminazione sono un ostacolo per il progresso. Il fatto che siamo qui a parlarne è il segno che forse adesso è il momento giusto per far sì che le cose cambino, che siamo al punto in cui non possiamo più tornare indietro, un po’ come è successo negli ultimi tempi a proposito delle molestie.Nel mio piccolo, provo a osservare i miei studenti e faccio domande. Chiedo: «Vi trattano bene?». È vero che l’università italiana è in difficoltà coi fondi e che spesso mancano gli uffici preposti per questo tipo di servizi, ma le ragazze devono poter contare su qualcuno, sempre”.

Che valore attribuisce alle iniziative dei grandi brand per andare contro gli stereotipi di genere, come quella di Mattel con la sua nuova generazione di Barbie, tra cui alcune scienziate?

“Una company che produce giocattoli da molto tempo ha sicuramente una grande responsabilità nel plasmare gli adulti del futuro. Oggi Mattel fa bambole che rappresentano un ampio spettro di categorie sociali e in questo dimostra una maturità fuori dal comune.Aver creato bambole che rappresentano le scienziate, in particolare, vuol dire mettere nelle mani di molte bambine un nuovo role model, che forse le aiuterà a fare le scelte migliori quando saranno più grandi. O, almeno, questo è quello che mi auguro”.

(foto: Clara Giaminardi, assistente Fabio Tommasi. Cappotto a trapezio in rasatello di cotone dipinto e ricamato a mano dall’artista umbra Ambra Lucidi​: ​Stella Jean. Sandra indossa i suoi gioielli personali di ​Gerardo Sacco. Carta da parati: ​Elitis)

E cosa ne pensa del Dream Gap Project di Barbie?

“Ovviamente sono favorevole a incentivare le bambine a fare altro, a qualcosa che sia diverso dagli stereotipi, ad avviarle a una vita che non sia solo quella di mamma. L’aspetto più positivo del Dream Gap Project è che incoraggia la diversità, il valore più importante su cui puntare per il progresso della società”.

Come ci si sente a essere stata scelta da Barbie come volto e voce di questo progetto?

“Sono onoratissima e spero di essere all’altezza della fiducia. Ho investito molto sulla diversità: sono una donna scienziata e sono tornata in Italia, in Calabria, a svolgere il mio lavoro quando avrei potuto farlo altrove. Mi piacerà incontrare bambine che mi guarderanno sperando di fare quello che ho fatto io, non seguendo mai gli stereotipi”.

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