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Quanto spende Trump per farsi pubblicità su Facebook?

(foto: Anthony Lanzilote/Bloomberg via Getty Images)

I politici italiani non sono gli unici a fare un ampio utilizzo di Facebook per farsi pubblicità. Ne approfittano in misura notevole anche i loro colleghi americani. Lo dimostra 2020 Campaign Tracker, uno strumento messo a punto dall’agenzia di comunicazione americana Bully Pulpy Interactive: visitando il database è possibile capire quanto hanno speso i principali candidati alle presidenziali Usa del 2020, quali argomenti hanno rilanciato di più e a chi hanno deciso di mostrare i loro post.

Incrociando i dati, si scopre che a investire di più in questo senso è stato l’attuale presidente, Donald Trump. Dall’inizio dell’anno ad oggi (i dati sono aggiornati al 13 luglio), Trump ha speso per le sue campagne sul social di Zuckerberg circa8 milioni di dollari, molti più di quanto non abbia fatto qualsiasi altro contendente. Bernie Sanders che è al secondo posto nella classifica di coloro che hanno speso di più, è fermo a due milioni di dollari.

Gli investimenti di Trump

Trump ha speso più della metà di questi 8 milioni nel periodo compreso tra il 30 marzo e il 13 luglio 2019. I dati mostrano, in particolare, che ha investito la maggior parte di questi soldi per campagne incentrate su se stesso (più di 2 milioni di dollari), per chiedere al popolo del social network di inviargli biglietti di auguri digitali (1 milione e 450mila dollari circa), per riproporre le sue idee xenofobe in tema di immigrazione (890mila dollari) e le sue ricette economiche (204mila dollari) e, infine, per difendersi dalle critiche e dalle accuse relative al Russiagate, lo scandalo sulle presunte interferenze russe sulle presidenziali americane del 2016. Non ha invece speso nemmeno un dollaro per rilanciare temi sui quali i suoi avversari sono più forti: l’investimento in campagne incentrate su salario minimo, climate change, crescita esponenziale dei decessi dovuti all’overdose da oppiacei contenuti in farmaci e sostanze, assistenza genitoriale e monopolio dei big del tech è infatti pari a 0.

La presenza dei biglietti di auguri digitali alla voce degli investimenti potrà sembrare strana, ma non lo è. Come spiegava il digital strategist Michael Duncan al New York Times poco più di due mesi fa, “i biglietti d’auguri sono un ottimo modo per coinvolgere i supporter, creare una relazione più solida con i donatori e rinfrescare la lista dei contatti”. Ogni volta che qualcuno firma un biglietto d’auguri o partecipa ad un sondaggio nell’ambito di queste campagne, fornisce il proprio nome e il proprio indirizzo email, ma ci sono modi per risalire anche al codice postale.

(fonte: 2020 Campaign Tracker)

Lo staff di Trump ha speso moltissimo anche sul tema dell’immigrazione, si diceva. Come riporta Axios, una di queste campagne invitava gli utenti ad agire contro una cosiddetta “immigrazione a catena”, ovvero un fenomeno abbastanza scontato: si migra verso luoghi e città estere dove si sono già trasferiti i nostri familiari e amici. Lo spot recitava: “Alcuni di questi immigrati a catena non sono controllati a dovere. Questa politica è un vergognoso tradimento di Washington nei confronti degli americani regolari la cui sicurezza viene messa a rischio”.

Non tutte le campagne sono contro gli immigrati, però. Alcune di queste sono indirizzata alla comunità latina e la incoraggiano a sostenere il presidente. Spesso sono scritte in spagnolo e riportano frasi come “Latinos for Trump”, “Vamos” e “¡Apoya al presidente!“. La scelta dello spagnolo, ovviamente, serve a creare un legame più profondo con questa constituency.

In generale, la maggior parte dei post è però indirizzata agli americani, soprattutto appartenenti al ceto medio, agli anziani e alle donne bianche che lo hanno votato in massa alle ultime elezioni.

Le scelte degli altri

Tutti gli altri candidati alla presidenza della Casa Bianca hanno speso molti meno soldi di Trump per farsi pubblicità su Facebook e, nella maggior parte dei casi, hanno rilanciato temi diversi rispetto a quelli cari al presidente, come l’ambiente e la sanità.

Prendiamo per esempio Bernie Sanders, uno dei democratici pienamente in corsa per la Casa Bianca. Nel periodo compreso tra il 30 marzo e il 13 luglio 2019, Sanders ha speso circa 1 milione e 593mila dollari. La maggior parte di questi soldi sono stati investiti per campagne a tema sanità: 118703,78 dollari, per essere precisi. L’introduzione dell’assistenza sanitaria pubblica è uno dei punti principali del programma di Sanders, così come quella di un salario minimo, l’aumento delle tasse per i più ricchi e la lotta ai cambiamenti climatici. Le campagne su quest’ultimo argomento sono costate circa 41mila dollari.

Sulle campagne Facebook incentrate sulla sanità ha investito molto anche Kamala Harris. La senatrice democratica ed ex procuratrice della California ha però preferito investire più di tutti gli altri per sponsorizzare post e campagne Facebook sul tema del Russiagate e il super procuratore Robert Mueller.

Tasse, economia e lotta ai big tech sono invece tra i temi che più ha rilanciato Elizabeth Warren. Non a caso la senatrice ha lanciato un piano per aggredire e scorporare alcuni colossi della tecnologia, ed è generalmente indicata come la paladina anti-Wall Street.

 

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