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La verità sulla guerra “sovranista” contro Papa Francesco

(foto: Franco Origlia/Getty Images)

Nei bar di Roma si è soliti ascoltare a corollario delle situazioni più disparate un motto: morto un Papa se ne fa sempre un altro. E oggi questo innocente motto – che può scandire la fine di una storia d’amore o di un governo, lasciando aperta la porta alla speranza di qualcosa di migliore – sembra essere il cruccio peggiore dell’internazionale sovranista, ormai da tempo in guerra aperta con Papa Francesco.

Se infatti i governi passano il Vaticano, con la sua millenaria influenza morale e politica, non passa mai e tutti gli imperi, le armate, i regimi presto o tardi hanno dovuto scontrarsi con la macchina da guerra della Santa Sede. E oggi Jorge Mario Bergoglio è il nemico migliore per il nume tutelare del sovranismo Steve Bannon, che in una intervista a Frèdèric Martel uscita su Il Fatto quotidiano ha etichettato il Pontefice come “estremista di sinistra, politicamente schierato con le idee globaliste di Davos”. “E tutto il gruppo di comando della Chiesa è ispirato da Antonio Gramsci”, ha aggiunto.

Fake news come queste celano i veri motivi dei costanti attacchi contro il Pontefice, che risiedono nella nuova strategia di avvicinamento e radicamento della Chiesa nel mondo orientale e islamico, nei nuovi rapporti con la Cina e in una spinta verso un pauperismo che crea difficoltà a certe élite oligarchiche (quelle vere).

Bannon e soci italiani dell’antipapismo possono avvalersi di una ottima saldatura tra interessi diversi ma convergenti, a cominciare dagli esclusi dai processi di riforma curiale. Il Papa, nemmeno a dirlo, è un personaggio di grandissima influenza, e sfidarlo significa sfidare (e mutare) anche le prospettive politiche e gli scenari economici. Secondo una fonte interna al Vaticano che ha parlato con noi dietro la garanzia dell’anonimato, “Bannon ha come obiettivo quello di bloccare il papa, sganciarlo dai fedeli, creare una Chiesa alternativa: perché a livello comunicativo è l’unico modo per arginarlo”.

E insomma, da dove viene tutto questo astio per Francesco? Secondo la nostra fonte, “l’obiettivo dei sovranisti è influenzare il Conclave, tanto da aver creato una sorta di think thank negli Stati Uniti denominato Red Hat Report, che ha come obiettivo il dossieraggio contro i cardinali che che eleggeranno il successore di Bergoglio”.

Addirittura? “Il dossier Viganò è un esempio di questa attività, così come lo sono certe polemiche strumentali che vedono al centro del dibattito il mancato incontro tra Salvini e il pontefice – una non questione visto che il Papa incontra i suoi omologhi, ovvero i capi di stato, in modo ufficiale”.

Anche da questo si evince che il vero terreno di scontro interno alla Chiesa non riguarda il magistero, che nel corso dei decenni è rimasto invariato: a guardar bene nemmeno Papa Francesco, nonostante la coloritura della stampa, ha preso posizioni sostanzialmente nuove nei confronti dei temi più sensibili come l’aborto, il divorzio, la bioetica e l’omosessualità. Semmai, Bergoglio ha cambiato la strategia comunicativa della Chiesa su questi temi, ponendola come un attore di ascolto e di dialogo, sottraendola al clericalismo di maniera e proiettandola in un futuro in cui la dottrina sociale e morale serve più per arginare – e prevenire – ferite che a imporre dogmi.

Anche sul tema migratorio, tanto oggetto di lamentele e accuse da parte di alcuni esponenti sovranisti (primo fra tutti Matteo Salvini, che nella piazza della Lega a Milano ha fatto fischiare il Papa) verrebbe da dire che Francesco non si è inventato niente di nuovo, non solamente se si paragonano le sue prese di posizione a quanto affermato dal Vangelo, ma anche, più laicamente, se le si raffronta a Giovanni Paolo II, che istituì la Giornata mondiale sulle migrazioni.

Nel 1979, il cardinale e segretario di stato Agostino Casaroli nel messaggio di inaugurazione della seconda Giornata mondiale della pace scrisse: “È noto che la Chiesa ha da tempo avviato una tradizione peculiare in questo delicato settore. Per parlare soltanto delle migrazioni moderne, è da ricordare che, durante il primo conflitto mondiale, Papa Benedetto XV dispose particolari iniziative e nominò in Italia un ordinario per i profughi. Pio XI mostrò speciale sensibilità per i numerosi esuli russi e per tutti gli emigranti di rito slavo, e incoraggiò l’Episcopato polacco ad accogliere e ad assistere i profughi dell’Europa orientale, a qualunque regione o religione appartenessero. E chi non ricorda la grande pagina scritta da Pio XII con l’imponente organizzazione di soccorso spirituale e materiale, di cui hanno beneficiato uomini di ogni origine etnica, nei drammatici esodi provocati dall’ultimo conflitto?”.

Questa unità contenutistica di intenti fa comprendere come il vero obiettivo di questa grande operazione mistificatoria non sia Francesco ma la Chiesa nella sua interezza (istituzione che, come abbiamo visto, rimane un baluardo globale con cui occorre fare i conti). Secondo Padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore de La Civiltà Cattolica, “Francesco oppone una forte resistenza alla fascinazione per il cattolicesimo inteso come garanzia politica, ‘ultimo impero’ ed erede di gloriose vestigia, e così facendo sottrae il cristianesimo alla tentazione di rimanere erede dell’impero romano. Il suo abito bianco – e senza stemmi – riporta il cristianesimo a Cristo”.

E dunque, dov’è il problema? “Per alcuni questo è l’ossimoro, lo ‘scanda- lo’, cioè la pietra d’inciampo nella lettura del pontificato: l’aureola del santo di Assisi, povero cristiano, coincide con quella del vicario di Cristo e abbandona per sempre il ruolo dell’imperatore romano. Ma al contempo sfugge anche al pericolo di identificarsi con don Chisciotte della Mancia che lotta contro i mulini a vento dei nostri giorni. E rifugge dal compito di psicopompo delle anime belle rimaste nell’ovile”. Insomma, in questo senso Francesco sarebbe un Papa sui generis, difficilmente incasellabile o riducibile a una definizione – e, per questo, mal tollerato.

Non sfuggirà quanto tutto questo sia lontano dalla politica sovranista fatta di uomini forti, suggestioni assolutistiche e l’idea di uno stato forte che assorba in sé religione, sessualità e financo libertà individuali. Vale la pena ricordare, tuttavia, che sulle mire pontificie di Bannon e compagni capitolò anche Napoleone Bonaparte – il quale sicuramente aveva qualche capacità strategica maggiore dello statunitense, viene da dire. Tra le altre cose, chi di dovere dovrebbe ricordare che Bergoglio, prima di essere Papa, è un gesuita che già agilmente controlla politicamente il prossimo conclave. Nonostante i dossier.

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