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Il caso Battisti, dall’inizio a oggi

Italian ultra-leftist militant Cesare Battisti gestures during an interview with AFP in Cananeia, Sao Paulo state, Brazil on October 20, 2017.   The Brazilian government wants to extradite former ultra-leftist militant Cesare Battisti to Italy, but will wait for the supreme court to resolve an habeas corpus filed by its lawyers to prevent it, Brazilian Justice Ministry Torquato Jardim said on October 13, 2017. Battisti was convicted of murder in his home country and has been on the run for decades.  / AFP PHOTO / Miguel SCHINCARIOL / TO GO WITH AFP STORY by ROSA SULLEIRO        (Photo credit should read MIGUEL SCHINCARIOL/AFP/Getty Images)
(foto: MIGUEL SCHINCARIOL/AFP/Getty Images)

di Cecilia Sala

Cesare Battisti è su un volo che lo sta portando Roma, e il suo arrivo all’aeroporto di Ciampino è previsto alle 11.30 ora italiana. Il latitante è stato arrestato in Bolivia, a Santa Cruz, da un gruppo dell’Interpol formato anche da agenti italiani. A dicembre, prima dell’insediamento del governo di destra guidato da Jair Bolsonaro, l’allora presidente brasiliano Michel Temer aveva firmato il decreto di estradizione in Italia, dove Battisti è stato condannato in via definitiva per quattro omicidi.

La storia e i processi
Cesare Battisti è stato arrestato nel 1979, durante le retate contro il Collettivo Autonomo del quartiere Barona a Milano, successivamente all’omicidio, il 16 febbraio di quell’anno, del gioielliere Luigi Pietro Torregiani. Erano gli anni di piombo e, come stabilito dalle sentenze, il gruppo armato dei Pac (Proletari armati per il comunismo) decise quell’omicidio per vendicare l’uccisione del rapinatore Orazio Daidone.

Secondo Cesare Battisti, uno dei condannati per quel delitto, Torregiani (come il macellaio Lino Sabbadin, ucciso lo stesso giorno) era un “giustiziere di estrema destra che praticava autodifesa, che andava sempre armato”, perché sia Torregiani che Sabbadin avevano sparato a dei rapinatori.

Battisti, militante del Partito comunista italiano durante l’adolescenza, era stato arrestato tre volte per rapina e rapina con sequestro di persona negli anni Settanta. E proprio in carcere aveva conosciuto Arrigo Cavallina, fondatore dei Pac, unendosi al gruppo. Dopo l’arresto nel 1979, evase dal carcere nel 1981: da allora era latitante all’estero.

Cesare Battisti non ha partecipato materialmente né alla rapina che ebbe come risposta l’omicidio Didone né all’uccisione di Torregiani: fu condannato perché apparteneva ai Pac che rivendicarono l’attentato, e perché il pentito Pietro Mutti – ex componente dei Pac e pentito, nonché principale accusatore di Battisti nel processo culminato con le condanne in contumacia all’ergastolo del 1985 e del 1991 – disse, quando Battisti era già evaso dal carcere e scappato in Messico, che il terrorista aveva preso parte alle riunioni preparatorie degli omicidi Torregiani e Sabbadin, dicendosi favorevole alla strategia di colpire i negozianti che avevano ucciso dei rapinatori.

I quattro omicidi di cui Cesare Battisti è responsabile, secondo le sentenze passate in giudicato, sono quelli del maresciallo Antonio Santoro nel 1978, (colpevole, secondo il gruppo dei Proletari armati, di torture contro i detenuti). Nel 1979 secondo la giustizia italiana Battisti ha avuto invece il ruolo di “copertura armata” nell’omicidio del macellaio veneto Sabbadin e di organizzatore nell’omicidio Torregiani; nel corso del conflitto a fuoco venne colpito il figlio Alberto, da allora paraplegico. Cesare Battisti è poi l’esecutore materiale dell’omicidio dell’agente della Digos Andrea Campagna, commesso a Milano il 19 aprile 1979.

Cosa dice Battisti
Battisti ha sempre negato di avere materialmente ucciso qualcuno. Sostiene che le azioni dei Pac avvenissero nell’ambito dei principi portati avanti dal loro giornale, Senza galere: “Senza carceri, nel senso più largo, quello di Michel Foucault, di ghetto, di favela. Io entrai per collaborare con quel giornale”. Battisti ha poi sostenuto che Mutti, il collaboratore di giustizia sulle cui dichiarazioni si basano le sentenze di condanna, parlò ai giudici perché sottoposto a tortura dagli agenti polizia: “Quello che ha messo in mezzo me è uno solo, si chiama Pietro Mutti. Scaricando tutto su di me, invece di prendere alcuni ergastoli, ha preso pochi anni di galera”. Cesare Battisti decise di abbandonare la lotta armata nel 1978, dopo l’esecuzione del presidente della Dc Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

La latitanza
Durante la sua prima fuga in Francia, negli stessi anni in cui si rifugia oltralpe anche l’intellettuale dell’Autonomia Toni Negri, Battisti è al sicuro grazie alla politica dell’allora presidente François Mitterrand, che tutelava gli ex-terroristi purché questi si dissociassero e abbandonassero per sempre la lotta armata. Dopo una parentesi in Messico, Battisti era tornato in Francia, era stato arrestato e nel 2004 aveva ricevuto, in carcere, la visita del capo del partito socialista e futuro presidente francese François Hollande.

Hollande dirà, dopo l’incontro, che il processo contro Cesare Battisti non era avvenuto in modo del tutto limpido. Nello stesso anno è stata concessa l’estradizione dalla Francia in Italia. In quegli anni Battisti è stato difeso da molti intellettuali francesi, tra cui Bernard-Henri Lévy, Fred Vargas e Gabriel Garcia Marquez (ma anche, ad esempio, da Carla Bruni) a cui si accodarono scrittori e personalità italiane come Roberto Saviano (che ha poi ritrattato), Christian Raimo e Vauro Senesi.

Battisti nel frattempo era scappato in Brasile, dove per anni sarà protetto dai vertici del Partito dei lavoratori al governo, Lula da Silva prima e Dilma Roussef poi. Da quando l’ex presidente brasiliano Michel Temer aveva firmato la sua estradizione in Italia, Battisti era nuovamente in fuga. È stato arrestato in Bolivia la scorsa notte e sta per rientrare in Italia, qui dovrà scontare due ergastoli.

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