Tecnologia

Di Maio bim… Boom… bam!

Io credo che un nuovo boom economico possa nascere, come negli anni ’50 abbiamo costruito le autostrade, oggi creiamo le autostrade digitali“.
Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio parla. Quello dell’Economia Giovanni Tria fa un balzo dalla sedia: “Aspettiamo i dati sull’ultimo trimestre 2018. Non vedo una recessione, vedo una situazione di stagnazione“. Insomma l’ottimismo del grillino viene presto smorzato. Ma da cosa era derivato? L’emblema della crescita economica degli anni ’60, l’Autostrada del Sole, viene paragonato alle nuove autostrade digitali. E non riuscendo a immaginare operai con il berretto virtuale che a colpi di mouse e tastiere imbastiscono un cantiere su cui passeranno tir, macchine e treni in formato di codici che ricordano Matrix, occorre fidarsi dell’Ocsr.

(foto: Fabio Cimaglia / LaPresse)
(foto: Fabio Cimaglia / LaPresse)

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico spiega che per ogni euro investito nelle reti digitali ad alta capacità vengono generati quattro euro di Pil. Il ragionamento punta sullo scambio di merci e servizi dell’undicesimo secolo, velocizzando dunque i flussi finanziari e i comandi a distanza, ottimizzando ordini, avvicinando imprese e persone, quindi la banda super mega larga, le applicazioni interattive e via dicendo. Nulla viene detto a proposito dei pedaggi del virtuale: dei posti di lavoro a rischio, dei diritti di quegli operai che lavorano per i colossi capaci di viaggiare sulle autostrade digitali (uno a caso: Amazon), delle arretrate politiche fiscali e della difficile metamorfosi che dovrà affrontare il mondo del lavoro. Una cosa è certa: questa è una strada da percorrere. Se corrisponda o meno al boom economico anni ’50 e ’60 è arduo affermarlo, soprattutto guardandosi intorno.

L’esplosione economica in Italia era basata su grandi investimenti come il Piano Marshall, su un’evasione fiscale dilagante, un bassissimo costo del lavoro, meno diritti sociali, posti di lavoro elargiti come forma di assistenzialismo e le grandi prospettive, la fiducia nel futuro nutrita da chi usciva dalla guerra. Anche nell’anno del Signore 2018 crescono le forme di assistenzialismo, ma c’è una tassazione da record, il costo del lavoro fa impazzire le imprese e il peso sindacale degli anni ’50-’60 alla fine è sbocciato riuscendo a far ottenere diversi diritti ai lavoratori. Su prospettive e fiducia si vacilla un po’. Forse il Belpaese è uscito dal momento più nero della crisi, ma vive una precarietà lavorativa, economica ed esistenziale molto importante. Il futuro non sembra così roseo. Almeno guardandosi intorno.

Tra il 1959 e il 1962 il reddito saliva fino al 6,8% annuo. Un ricordo lontano. Il settore tessile faceva registrare un più 66,8% nella produzione. Adesso sta risalendo, ma negli ultimi 10 anni 4mila imprese hanno chiuso i battenti. Oltre 40mila addetti hanno perso il posto di lavoro. Anche il settore delle automobili, che negli ultimi sei mesi ha vissuto in uno stato di grazia che non si vedeva da 25 anni (+44,2% della produzione di autoveicoli), non è paragonabile alla leggendaria crescita di cui hanno goduto le generazioni precedenti: + 89% di produzione. Insomma le parole del Ministro a 5 stelle fanno riflettere e discutere. Vengono in mente le teorie sociologiche sul gioco d’azzardo: i più poveri giocano maggiormente e credono che prima o poi vinceranno. Le persone più colte investono il loro denaro in formazione e operazioni capaci di garantire un futuro più sicuro.

L’Italia investe o scommette e spera?

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