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Wired Trends 2019 sui media: il valore della parola ha la sua rivincita sulla lettura superficiale

Il nostro Paese è uno dei fanalini di coda non in alfabetizzazione ma in literacy, nella capacità di comprendere a fondo un testo o un contenuto informativo. Ciò è legato all’accettazione irriflessa degli stimoli esterni, accentuata dal confirmation bias (il pregiudizio di conferma delle nostre credenze) e dal desiderio di essere apprezzati dalla nostra comunità social. Questo è uno degli spunti centrali emersi stamattina nell’ultimo dei sei eventi di Trends 2019 organizzati da Wired Italia, in collaborazione con Ipsos, in occasione del lancio del numero invernale del magazine, dedicato al mondo nel prossimo anno e alle parole del futuro.

Durante la mattinata di mercoledì 12 dicembre, nell’auditorium gremito del Milano Luiss Hub for makers and students, si è parlato di scolarizzazione, di contrasto popolo-élite, di filter bubble, di debunking, di influencer e di cattive abitudini linguistiche. “Secondo il risultato di una ricerca condotta in 27 Paesi”, racconta Nicola Neri, Ceo di Ipsos, “in Italia un terzo delle persone dice di aver creduto recentemente a una fake news, contro il 48% di valore medio globale. Milioni di italiani hanno quindi già vissuto il tema delle bufale sulla propria pelle, e questo ci conferma sia la rilevanza del tema, sia l’importanza dell’opportunità – da parte di tutti i cittadini – di scegliere con cura a quali media e mezzi d’informazione riferirsi”.

(foto: Zoe Vincenti/Wired)
(foto: Zoe Vincenti/Wired)

Allargando il tema all’ambito politico, “se il popolo diventa una comunità coesa al suo interno, vengono eliminati i conflitti interni e si mette a rischio il principio del pluralismo, spostando tutti i conflitti verso l’esterno”, spiega Luca Comodo, Public Affair Director di Ipsos. “Il nuovo paradigma, il trend che si applica anche alla sfera dei media, è la semplificazione. La banalizzazione della politica e del linguaggio, l’individualizzazione, il presentismo e la disintermediazione totale sono tendenze innegabili”.

In che modo tutto ciò ha a che fare con la strutturazione delle decisioni democratiche? “In sostanza la mette a rischio”, chiosa Comodo, “come dimostra l’esempio emblematico del sostenere che le opinioni del cittadino comune valgano quanto quelle dello scienziato di fama”.

Siamo inondati da informazioni, eppure solo il 34% delle persone crede di essere più informato che in passato. “Sono saltati i meccanismi che ricomponevano le informazioni in un’informazione unitaria, chiarisce Nora Schmitz, Business Unit Director di Ipsos. “La metà delle persone usa i social per leggere le notizie, e il 78% sfrutta Facebook come media più frequente: questo va di pari passo con una fruizione superficiale dell’informazione, ma soprattutto spezza il legame tra fonte e notizia, perché le persone non badano o si scordano della provenienza delle news che leggono”.

La notizia casereccia e dei nostri compagni di social allora non è più così lontana da quella dei news brand. “Tutto ciò ha a che fare con il tema dei fake, continua Schmitz, “anche perché le bufale tendono sempre a essere quelle degli altri, in quanto si è poco portati ad ammettere di essere parte del fenomeno, additando invece i comportamenti altrui”.

Uno dei trend fondamentali è quello dello skim reading, “su cui anche i neuropsichiatri si stanno concentrando. La lettura superficiale e veloce depotenzia la nostra capacità di empatia, permette di accumulare molti stimoli in modo orizzontale ma sfavorisce la lettura verticale”, conclude Schmitz. Ma c’è una nota di ottimismo: negli ultimissimi anni sta ritornando a crescere la fiducia nei media strutturati, distanziandosi in modo significativo dalle altre forme informative caratterizzate dalla disintermediazione.

Che cosa accade, invece, sul fronte della comunicazione aziendale e delle pubblicità? “Uno dei trend crescenti è quello degli smart speaker, delle applicazioni vocali, ma è importante anche consolidare il presente delle funzionalità, evitando di creare una distanza eccessiva tra tecnologie di frontiera ed effettiva utilizzabilità delle piattaforme”, illustra Marco Magnaghi, Chief Digital Officer di Wavemaker Italy. “Il futuro è l’intelligenza artificiale predittiva, ossia vedremo pubblicità prima ancora di avvertire il bisogno di un prodotto, la realtà virtuale e aumentata e, infine, il fenomeno del deviceless, perché entreremo in contatto con i brand in modo svincolato dagli oggetti, parlando in cucina o nell’automobile, oppure interagendo con gli schermi disposti per la città”.

Un concetto importante è quello di micro-momenti: “bisogna riconoscere le diverse esigenze di una persona nel corso di una giornata”, continua Magnaghi, “e quindi la parola chiave è precisione, il precision marketing, a cui si associano pubblicità con comunicazioni personalizzate o addirittura calibrate in base alla temperatura, ri-tarate di giorno in giorno anche in base ai feedback ricevuti”. Quando le persone vedono un annuncio relativo a qualcosa che stanno vivendo, ormai è evidente, dedicano più attenzione al contenuto informativo.

“Oggi il problema non è più chi sono le audience, ma quando ci sono le audience”, esordisce Fausto Colombo, docente di Teoria e tecniche dei media all’università Cattolica di Milano. “Le forme di fruizione sono sempre più miste, con il mainstream che tende in continuazione a mescolarsi a tutto il resto”.

Parlando di futuro, “il digitale nasce dentro a una cultura di condivisione all’interno di comunità globali, mentre oggi siamo di fronte alla sfida dei nazionalismi, che si manifesta anche nel contrasto tra grandi aziende digitali e Stati. Questo può essere un ostacolo non messo in conto dallo sviluppo del mercato e della tecnologia”, prosegue Colombo, “e la capacità di controllo sociale in mano a forme tribali di potere è uno scenario ancora inesplorato. Abbiamo sempre pensato che il vantaggio del digitale fosse un consumo egualitario, ma il digitale avrà forme ancora migliori se la società troverà forme equilibrate di progresso”.

“Ogni scelta linguistica racconta agli altri qualcosa di noi stessi e ci consente di compiere un atto di identità”, spiega Vera Gheno, sociolinguista e Twitter manager per l’Accademia della Crusca. “Noi possediamo la competenza linguistica più vintage di tutti: la parola. Un trend per il 2019 può essere allora quello di riscoprire il valore della parola, dosandone nel modo opportuno la quantità, la qualità, le relazioni tra termini e la chiarezza“.

La competenza non è genericamente comunicare bene, ma comunicare al massimo delle nostre possibilità. “Prima di blastare qualcuno, chiediamoci se ci si sta sforzando di comunicare nel modo migliore possibile”, continua Gheno. “Quello a cui possiamo tendere come obiettivo è che tutti arrivino a sfruttare le proprie competenze lessicali, qualunque sia il loro livello, perché la parola è un potere. Bando agli orpelli, possiamo tornare alla base della lingua italiana, per scongiurare fraintendimenti e la retorica dell’ero ironico“. Tra gli aneddoti più simpatici, ma anche più drammatici, c’è l’effetto tinello: “se pronuncio una certa battuta nel mio tinello tutti ridono”, racconta Gheno, “ma se lo diciamo pubblicamente è probabile che qualcuno si offenda. Oggi invece esiste il menefreghismo linguistico, il whatever, il come viene viene e non importa, una sorta di diarrea della parola”.

La modalità di comunicazione online spesso è ancora uno-a-molti, con uno stile istituzionale e non a due vie. “Oggi c’è quasi un’ossessione dal lato utente per l’utilizzo dello smartphone, e dal lato aziendale quasi una sbornia, una volontà esagerata di comunicare. Nella pratica è come mettere un idrante in mano a un bambino: sparerà in tutte le direzioni”, racconta Alessandro Cederle, direttore Divisione media monitoring e analisi presso L’Eco della stampa.

“Il concetto di influenza può aiutarci a elaborare delle nuove regole d’ingaggio, attraverso un percorso che stanno già facendo alcuni media tradizionali”, continua Cederle. “Il mondo dell’informazione oggi è dominato dall’informatica, nei confronti della quale però c’è un po’ di repulsione, perché è percepita lontana dalla quotidianità, come un tempo lo era la matematica. È come guidare: tutti usano la macchina ma quasi nessuno sa che cosa ci sia sotto al cofano. Allo stesso modo, i giovani usano i social, ma si conosce ben poco delle dinamiche che li guidano”.

“Oggi vogliamo informare chi rifiuta l’informazione stessa”, dichiara Massimo Corcione, direttore di Open, “a partire da un progetto grafico concepito fin dall’inizio per lo smartphone”. L’obiettivo del giornale, che debutterà il prossimo 18 dicembre, è quindi di creare un format nuovo, proprio come a suo tempo fu innovativo il Tg5 nel dare origine a un’alternativa al Tg1.

“Non è vero che i giovani di oggi siano meno preparati di un tempo”, prosegue Corcione, “ma hanno competenze diverse, e sanno fare molte più cose di quante mediamente ne sapeva fare la mia generazione 40 anni fa. Poi in passato esistevano i fuoriclasse, così come anche oggi ne esistono”. Esiste il rischio che Open diventi ostaggio di Mentana? “Dopo averci vissuto gomito a gomito professionalmente per 12 anni, posso dire che Mentana non è mai un limite”, aggiunge Corcione, “ma anzi è prerogativa dell’essere sempre di fronte a salti in avanti di qualità. Lo vediamo anche nella risposta del mercato, che già c’è prima ancora dell’uscita del giornale”.

I talk sul palco di questa mattina, nell’evento organizzato da Wired insieme a Ipsos, sono stati anche occasione per discutere di animali in via d’estinzione, di deep fake, di teoria delle stringhe e di scivoloni nel marketing sui social. Qui invece ci sono i racconti del primo, del secondo, del terzo, del quarto e del quinto appuntamento, che sono stati dedicati, nell’ordine, al mondo del lavoro, alla tecnologia, al denaro, al cibo e all’energia.

Wired Trends 2019
In collaborazione con Ipsos
Main Partner: Fastweb;
Official Partner: Adecco | Carrefour | Edison | Intesa San Paolo Innovation Center | Wave Maker;
Supporting Partner: ItaliaCamp | Milano Luiss Hub for makers and students | Nespresso.

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