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La casa della bambole, finalmente un horror che fa paura

La casa della bambole tutto è tranne l’horror ordinario che può sembrare. È un film audace molto difficile da sostenere, come si comanda al genere, e molto raffinato nel suo implicare tutto, mostrare poco e impressionare tantissimo. Dietro c’è Pascal Laugier, autore horror che nonostante giri pochi è uno dei più interessanti in assoluto, perché uno dei pochi che non si limita a mettere in scena qualcosa di spaventoso ma fa un passo più in là: mette in scena qualcosa di cui lui ha realmente paura e proprio per questo sa trasmettere questa tensione personale al pubblico.

La casa delle bambole è il suo quarto lungometraggio e in tutto e per tutto si presenta come un film usuale, uno che però nelle sue mani diventa un vero delirio. La storia è mescolata e resa confusa (da che potrebbe essere molto semplice) da visioni, flashback e inganni di una protagonista che si crea un proprio mondo di fantasia per non accettare la realtà che vive. Solo verso metà del film cominciamo a capire davvero che sta succedendo, il primo momento in cui guardiamo nell’abisso di eventi spaventosi (ma mai paranormali) che ha inventato Laugier. Proprio per questo non va detto nulla di più dell’inizio: il film comincia con una madre e due figlie di circa 13 e 14 anni che arrivano nella nuova casa in cui abiteranno, dispersa nel nulla. Questa casa antica già di suo mette paura per come è stata arredata, ma se non bastasse qualcuno le ha seguite.

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C’è quindi una home invasion nel film, ovvero quel meccanismo del cinema di paura e tensione che prevede che le vittime siano in casa e qualcuno voglia entrare. È un sottogenere di cui il cinema degli ultimi anni ha abusato (La notte del giudizio su tutti ma anche You’re Next ne sono ottimi esempi), tuttavia in questo caso la sensazione fin da subito è che non sia l’intrusione in casa ad interessare a Laugier. In questa storia di sopraffazione, paura e violenza c’è qualcosa di più recondito e di più malato, di più allucinante. C’è insomma un anfratto buio guardando il quale ci si sente trasalire, e questa è l’essenza stessa dell’orrore: non necessariamente una presenza sovrannaturale, né per forza la tensione della caccia, ma la sensazione scomoda che stia per accadere da un momento all’altro qualcosa che davvero non si vorrebbe vedere.

Il paradosso di La casa della bambole è che nonostante quel che accada sia violentissimo non si vede molto. Un po’ di sangue non manca e anche qualche colpo, ma niente in confronto a quel che sappiamo sta avvenendo e che il film sceglie di non farci vedere, perché ha trovato qualcosa di peggio da mostrarci: le conseguenze della violenza. Questo cineasta francese ha un sano terrore della violenza e del suo marchio permanente, ha paura della violenza reiterata, della condanna a subirla di continuo, per lunghissimi periodi, consapevoli che non è mai finita e che tornerà. Del resto è il regista di Martyrs (chi l’ha visto non lo ha dimenticato, anche quello un horror che partiva come una home invasion), uno degli horror più duri da sostenere degli ultimi 10 anni, efferato come pochi e spietato con i suoi protagonisti.

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La casa delle bambole non è così estremo e impossibile, anzi ha dei momenti anche canonici che mostrano quanto Laugier sia bravo nelle scene più semplici, come sappia rendere il pubblico sempre consapevole degli spazi e di dove si trovino i personaggi (il segreto di Pulcinella per creare tensione). Ma il bello del film è che lungo questo percorso incredibile nel dolore fisico attraversato dalle protagoniste si capisce anche un po’ quale sia, nella testa di Laugier, il senso del filmare e raccontare storie di corpi che vengono massacrati. Come in una versione malata della filosofia cattolica (del resto lì andava a parare Martyrs) nei film di Laugier la violenza è una terribile forma di purificazione. Nonostante chi la subisca non abbia colpe o pene da espiare, attraverso questo passaggio allucinante in un oceano di dolore ne esce sempre migliore, determinato, mutato, evoluto.

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