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Cannabis terapeutica, le prove scientifiche sono ancora poche e frammentate

(foto: CasarsaGuru/Getty Images)
(foto: CasarsaGuru/Getty Images)

Le evidenze scientifiche sull’uso della cannabis terapeutica sono “deboli” o “moderate”. A riportarlo è il primo rapporto su questo argomento realizzato dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (sigla inglese Emcdda), ente dell’Unione europea che si occupa di questi temi tenendo conto delle diverse legislazioni degli stati membri. L’analisi, intitolata Medical use of cannabis and cannabinoids, richiama l’attenzione sulla necessità di ulteriori studi clinici, più ampi e strutturati, per riempire questa mancanza di evidenze.

Ma che cosa si intende con “uso medico della cannabis e dei cannabinoidi”? Questa espressione indica diverse preparazioni a base di cannabis e prodotti medici che utilizzano vari principi attivi con vie di somministrazione differenti. Il termine prodotto medico, in particolare, è utilizzato per indicare prodotti, derivati dalle piante e sintetici, che contengono cannabinoidi e che hanno ottenuto un’autorizzazione dagli enti regolatori per l’immissione in commercio. Le preparazioni a base di cannabis, invece, sono composti derivati dalla pianta della cannabis che non hanno generalmente questa autorizzazione e vanno dalla cannabis cruda ai fiori ad oli estratti dalla pianta: questi parti possono essere trasformate da un farmacista per ottenere preparati che sono conformi a prescrizioni mediche specifiche.

Il rapporto dell’ente europeo riassume le evidenze sull’uso della cannabis terapeutica (tutti i prodotti e preparati), un riassunto ottenuto tramite una revisione degli studi clinici controllati e randomizzati su questo tema. Nel testo, si legge che “queste evidenze sono piuttosto limitate e frammentate”, soprattutto perché spesso sono stati utilizzati diversi prodotti e preparazioni basati sulla cannabis ed è difficile individuare i risultati di efficacia dei singoli composti e prodotti. Nel rapporto, la tabella seguente riassume le varie evidenze.

(foto: European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction, sigla Emcdda)
(foto: European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction, sigla Emcdda)

Ad esempio, le evidenze dell’uso della cannabis medica contro nausea e vomito associati alla chemioterapia sono deboli, allo stesso tempo ci sono ancora pochi studi sull’uso di nuovi e più efficaci anti-emetici (mentre anche nuovi regimi chemioterapici hanno ridotto questo problema). Deboli sono anche le evidenze dell’uso di Thc, uno dei principali principi attivi della cannabis, e del dronabinolo (una variante del Thc) come stimolanti dell’appetito nei pazienti con Aids, mentre le evidenze dell’utilizzo di vari cannabinoidi risultano insufficienti (troppo poche) nel caso delle cure palliative per pazienti con il cancro e in altre patologie, fra cui malattie neurodegenerative, disturbi del sonno, depressione, malattie infiammatorie intestinali ed altro.

Una nota maggiormente positiva riguarda l’impiego di cannabinoidi nella gestione del dolore cronico non associato a tumori, degli spasmi muscolari nelle persone con sclerosi multipla e nell’epilessia infantile non trattabile: in questi casi le evidenze risultano non deboli ma moderate. L’indagine sottolinea la necessità di altri approfondimenti che analizzino i dosaggi e le interazioni fra medicinali, nonché studi di follow-up a lungo termine.

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